Ai WeiWei alle Cicladi

Durante la mia vacanza in Grecia mi sono imbattuta nella mostra di Ai Weiwei al Museum of Ciclady Art. Ai Weiwei è un artista cinese, nato nel 1957 a Beijing, ed è attualmente una delle figura più influenti del XXI secolo.

Figlio del poeta Ai Qing, denunciato ed espulso dal Partito Comunista Cinese, Ai passa gran parte della sua infanzia in esilio nelle provincie più ad ovest della Cina, sul confine con il deserto dei Gobi. Ritornato ad Beijing nel 1976, si unisce alla gruppo di artisti Stars, che si scioglie nel 1983 dopo aver affrontato un forte criticismo da parte dello Stato. Weiwei si sposta quindi a New York, che diventa il punto di partenza della sua carriera come artista, immergendosi nella fotografia e nell'arte concettuale. Con l'aggravarsi della salute del padre, ritorna in pianta stabile a Beijing nel 1993.

Artista prolifico e attivista, si batte da anni per i diritti umani in Cina: nel 2011 viene arrestato e gli viene confiscato il passaporto che riotterrà solo quattro anni dopo.

Tuttora continua a ricoprire una grande quantità di ruoli, non solo come artista, ma anche come designer, architetto, curatore, scrittore, attivista e blogger.

Il lavoro di Ai e i tesori del Museo di Arte Cicladica celebrano l'uomo sulla macchina, le odi all'artigianato dell'antico mondo cinese. Qui le sue opere si connettono con la collezione del Museo, entrambe celebranti la preservazione dell'eredità culturale e dell'artigianato tradizionale, e commentano la storia delle nazioni, i loro popoli e quanto facilmente queste possano essere distrutte se non protette.

In questa mostra si possono osservare i molteplici volti di Ai Weiwei: l'artista, lo storico, l'attivista, lo speranzoso. L'ossessione è forse ciò che lo guida attraverso il suo percorso. L'ossessione per le radici, per la tradizione, per l'individualità e la libertà pervade la mostra, questionando e celebrando le tradizioni, le differenze culturali che ci definiscono, in un mondo che si sta velocemente omogeneizzando, globalizzando, diventando noioso e pauroso.


Divina Proportione: basata sulla geometria e sulla precisone matematica, è un’esaltazione dei canoni classici di proporzione e armonia. L’oggetto ha la forma di un grosso poliedro, una sfera a tre dimensioni con facce poligonali, spigoli e angoli smussati. Realizzato in legno di Huali, l’oggetto esemplifica l’interesse di Ai per la falegnameria e la carpenteria, abilità che oggi sono state messe da parte a favore della produzione di massa industriale e dell’avanzamento tecnologico. Il legno, materiale modesto, universale, funzionale, qui è visto come simbolo del tempo, delle tradizioni e della reinvenzione. Il design della palla della Divina Proportione è perfettamente in linea con l’architettura di Ai Weiwei fatta di tagli netti e un preciso senso dello spazio.


Standing figure: è un colosso di marmo, schematico, rappresentante una figura maschile con le finiture tipiche della scultura dell’arte Cicladica. L’opera si riferisce direttamente alle piccole figure di marmo presenti nell’Antico Cicladico (fase Syros).

Elegante, con una lunga testa ovale, naso triangolare, corpo snello e piccolo, è una citazione dello stile scultoreo del terzo millennio a.c..

Ai adotta questa icona della cultura antica e la personalizza: la scultura diventa a grandezza naturale, trasformando i modesti modelli dell’arte Cicladica in uno torreggiante. Le braccia dell’uomo, che in origine erano incrociate sul petto, si aprono e si estendono, restituendo visivamente l’immagine della serie fotografica dell’artista Dropping a Han Dynasty Urn, in cui l’artista lascia cadere un vaso della dinastia Han, che cade ai suoi piedi rompendosi, a denuncia della distruzione di oggetti dell’Antica Cina durante la rivoluzione culturale tra gli anni 1966 e 1976. Nell’opera Ai è sostituito da una figura non più fragile e vulnerabile come quelle dell’arte Cicladica, ma da una figura intrisa di un nuovo potere che giudica la distruzione delle antiche tradizioni.


Tyre: durante la sua carriera, Ai si è spesso focalizzato su oggetti comuni, della vita di tutti i giorni che diventano simboli, potenti in tutta la loro semplicità. Qui è il caso dei salvagenti che hanno riempito le spiagge di Lesvos. Abilmente riprodotte nel marmo, l’oggetto passa da detrito a icona.

L’opera può avere diversi significati: la sua presenza sulle spiagge di Lesvos riporta all’uso come salvataggio da parte dei rifugiati nel tentativo di attraversare il mare dalla Turchia alla Grecia. Ma suggerisce anche le accuse mosse, secondo cui i rifugiati siano stati provvisti di salvagenti non funzionanti, causando, tra le altre, la morte del piccolo Alan Kurdi, di cui Ai utilizza la silhouette nella serie Flags, creata per questa esibizione.

Il salvagente come simbolo di vita e morte: alcune volte salvavita, altre testimonianza delle condizioni di povertà e i rischi che i rifugiati di Lesvos hanno vissuto.






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