The ricostruction of the Souks of Beirut: an International Ideas Competition
Beirut
Con Arch. Giuseppe Galimberti, Arch. Andrea Galimberti, Geom. Pietro De Marzi
Ricostruire Beirut è un sogno che si vorrebbe fosse già realtà.
Si chiamava la “Svizzera del Medio Oriente”, era il luogo immaginato per la convivenza di religioni diverse, di uomini diversi.
Forse è la storia che ha influito così profondamente sul modo di vivere un luogo.
Dobbiamo ai Fenici moltissimo, il nostro essere odierno non sarebbe possibile senza la loro presenza.
Mettere a base del vivere il conoscere lo spazio che ci circonda è fondamento di civiltà, stupire con prodotti realizzati dall’intelligenza è stato il grande merito di un lungo periodo della storia. 
Oggi l’avventura reale di conoscere spazi e persone nemmeno ipotizzabili dalla fantasia è solo un ricordo, la nostra realtà è fatta di spostamenti rapidi, tante volte inutili perché l’internazionalizzazione del pensiero ha prodotto infinite ripetizioni della medesima realtà.
Oggi l’avventura è interiore, è il conoscere piccole lealtà che nell’insieme uniforme, siano tanto diversificate da stimolare il piacere di vivere.
E’ così nata l’idea di costruire nel centro di Beirut un oggetto architettonico massiccio, potente, realizzato con un materiale povero quale può essere il calcestruzzo: oggetto massiccio ma permeabile alla volontà di conoscere, ricco di episodi che chiedono di essere scoperti.
Ogni piccolo intervento sarà esaltato dalla massa del costruito che già si relaziona con le preesistenze che sono ricamo del tempo vissuto e augurio per il futuro; esse porteranno i segni della guerra recente, il loro restaurò sarà attentissimo a non nascondere ciò che deve rimanere a testimoniare il divenire dell’umanità.
Le vicine rovine archeologiche portano, nella loro forma, il significato della storia e noi dobbiamo trarne insegnamento per il nostro agire.
Strutture potenti esaltate da rivestimenti dorati per denunciare la presenza di un oggetto tutto da leggere, grandi vele di tela bianca muoveranno il rotore di mulini a vento per ricambiare l’aria delle autorimesse e pompare acqua per le fontane disposte sulle coperture, coperture da percorrere per riflettere sull’essenza di quell’esistere fatto di ricordi e di sogni che, ci auguriamo, siano fondamento di quel futuro non certo esaltante se concepito sulla logica del fare fino a se stesso.
Sono infiniti gli esempi di bellezza scaturiti dalla fusione delle idee di più popoli vissuti sulle sponde del Mediterraneo, sono infinite le possibilità future di ricercare nella celebrazione della bellezza lo stimolo per il vivere il cui fondamento sta nei segni che il tempo ha lasciato.
La tecnologia che ci permette di aprire e chiudere gli ingressi del Souk sarà raffinata: resa evidente da oggetti dalla meccanica storica ubbidiente alle leggi dell’elettronica, saranno “chiusure” che racchiudono l’invenzione di tanti perché, al suo interno, le vie del commercio siano negazione della noia che, a nostro avviso, è ciò che in Architettura dobbiamo contrastare.